esecuzioni nel mondo:

Nel 2018

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Dal 2000 a oggi

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legenda:

  • Abolizionista
  • Mantenitore
  • Abolizionista di fatto
  • Moratoria delle esecuzioni
  • Abolizionista per crimini ordinari
  • Impegnato ad abolire la pena di morte

BURUNDI

 
governo: repubblica
stato dei diritti civili e politici: Non libero
costituzione: 28 febbraio 2005; ratificata tramite referendum popolare
sistema giuridico: basato sul diritto tedesco, belga e consuetudinario
sistema legislativo: bicamerale (Senato e Assemblea Nazionale)
sistema giudiziario: Corte Suprema, Corte Costituzionale Corte d'appello, Tribunali di primo grado
religione: 62% cattolici; 23% animisti; 10% musulmani; 5% protestanti;
metodi di esecuzione: plotone d'esecuzione impiccagione
braccio della morte:
Data ultima esecuzioni: 0-0-0
condanne a morte: 0
Esecuzioni: 0
trattati internazionali sui diritti umani e la pena di morte:

Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici

Convenzione sui Diritti del Fanciullo

Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti

Statuto della Corte Penale Internazionale (esclude il ricorso alla pena di morte)


situazione:
Il Burundi ha abolito la pena di morte nel 2009. Il Presidente Pierre Nkurunziza ha promulgato il nuovo codice penale il 22 aprile, ma mentre da un lato il codice abolisce la pena di morte e introduce pene per tortura, genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dall’altro rende l’omosessualità un reato punibile con la detenzione. Sin dall’indipendenza dal Belgio nel 1962, il Burundi è stato teatro di scontri tra la minoranza dei Tutsi al potere nel paese e gli Hutu che costituiscono la maggioranza della popolazione. Il conflitto etnico si è ulteriormente aggravato nel 1993, dopo l’assassinio da parte di estremisti Tutsi del Presidente Hutu Melchior Ndadaye, il primo Presidente del paese eletto democraticamente. Oltre 500.000 persone sono morte nel corso di massacri, ribellioni e colpi di stato che si sono susseguiti per una decade.
Il 28 agosto 2000 è stato firmato ad Arusha, in Tanzania, un accordo di pace tra il Governo, i principali partiti politici e alcuni gruppi armati dell’opposizione. Due fra le principali fazioni armate dell’opposizione, tra cui le Forze Nazionali di Liberazione, non hanno partecipato all’accordo e si sono rifiutate di riconoscere l’autorità del Governo di transizione triennale, composto sia da Tutsi che da Hutu, che è stato istituito a novembre del 2001 nel quadro degli sforzi volti a porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1993. Nel paese sono continuate le violazioni dei diritti umani.
Come stipulato nell’Accordo di Arusha, il leader dei Tutsi Pierre Buyoya ha guidato il governo per i primi 18 mesi e il 30 agosto 2003 ha lasciato il potere al suo Vice Presidente, l’Hutu Domitien Ndayizeye, per gli altri 18 mesi del periodo di transizione.
Nell’aprile del 2003 il Parlamento nazionale di transizione ha votato all’unanimità il riconoscimento della Corte Penale Internazionale, il tribunale permanente delle Nazioni Unite per i crimini di guerra.
Nel gennaio 2005, è stata istituita la Truth and Reconciliation Commission (Commissione Verità e Riconciliazione) con un mandato di due anni per investigare sui crimini politici commessi tra il 1962 e il 2000.
Una nuova costituzione che stabilisce un sistema di ripartizione del potere gradito sia all’esercito dominato dalla minoranza Tutsi sia ai ribelli Hutu, è stata approvata con un referendum popolare che si è tenuto nel marzo 2005. L’ex leader ribelle Pierre Nkurunziza era il candidato unico alle elezioni presidenziali dell’agosto 2005, le prime democratiche tenute nel paese dall’inizio della guerra civile.
Il 18 dicembre 2014, il Burundi ha nuovamente cosponsorizzato e votato in favore della risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Tuttavia il 19 dicembre 2016, ha radicalmente cambiato posizione passando ad un voto contrario sulla Risoluzione.
Il 29 settembre 2017, il Burundi ha votato contro la risoluzione sulla pena di morte (L6/17) alla 36° sessione del Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite.

 

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