esecuzioni nel mondo:

Nel 2018

0

Dal 2000 a oggi

0

legenda:

  • Abolizionista
  • Mantenitore
  • Abolizionista di fatto
  • Moratoria delle esecuzioni
  • Abolizionista per crimini ordinari
  • Impegnato ad abolire la pena di morte

CINA

 
governo: Stato comunista
stato dei diritti civili e politici: Non libero
costituzione: 4 dicembre 1982, emendata più volte, l'ultima nel 2004.
sistema giuridico: basato sul diritto civile, di derivazione sovietica e ricavato dai principi legali del codice civile continentale
sistema legislativo: monocamerale, Congresso Nazionale del Popolo (Quanguo Renmin Daibiao Dahui)
sistema giudiziario: Corte Suprema del Popolo, giudici nominati dal Congresso Nazionale del Popolo; Corti locali del popolo e corti speciali del popolo
religione: Buddisti 18.2%, Cristiani 5.1%, Musulmani 1.8%,altri 0.7%, non specificati 52.2%
metodi di esecuzione: iniezione letale colpo di pistola
braccio della morte:
Data ultima esecuzioni: 0-0-0
condanne a morte: 0
Esecuzioni: 0
trattati internazionali sui diritti umani e la pena di morte:

Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (solo firmato)

Convenzione sui Diritti del Fanciullo

Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti


situazione:

Secondo la legge attuale, 46 reati sono soggetti alla pena di morte, un terzo dei quali sono reati economici come corruzione e uso di tangenti. 
Il 29 agosto 2015, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha modificato il codice penale, eliminando la pena di morte per nove reati. I nove reati comprendono il contrabbando di armi, munizioni, materiali nucleari o denaro contraffatto; contraffazione di denaro; raccolta di fondi per mezzo di frodi; favorire o costringere un’altra persona a prostituirsi; ostacolare un comandante o una persona di turno nell’esercizio dei suoi compiti; invenzione di voci per indurre in errore altri in tempo di guerra. La pena massima per questi reati sarà l’ergastolo. L’eliminazione della pena di morte per questi nove reati incide poco e nulla sulla pratica della pena capitale in Cina, che si concentra in gran parte su casi di omicidio, stupro, rapina e reati di droga. Tuttavia, mostra che il Governo continua a fare passi in avanti verso la graduale abolizione. 
Inoltre, il Comitato ha inserito all’ultimo minuto una disposizione che riguarda i reati di corruzione e di aver accettato tangenti. 
La disposizione autorizza i tribunali ad aggiungere una condizione al momento della condanna, stabilire cioè che il condannato passi la vita in prigione senza possibilità di riduzione della pena o di liberazione condizionale. La condizione può essere applicata solo nel caso in cui il condannato per corruzione abbia ricevuto la pena capitale con due anni di sospensione, alla fine dei quali, è possibile la sua commutazione in ergastolo e, quindi, potenzialmente uscire dal carcere dopo aver trascorso un periodo di tempo che non può essere superiore al massimo della pena della reclusione a tempo determinato, ovvero circa 18 anni. L’introduzione dell’ergastolo senza condizionale in gravi casi di corruzione potrebbe anche spianare la strada in Cina per eliminare del tutto la pena di morte per corruzione, ma può avere implicazioni più ampie per l’abolizione della pena di morte perché potrebbe essere esteso ad altri tipi di reati, tra cui reati violenti. 
È stata la seconda volta che la Cina ha ridotto il numero di reati capitali dal 1979, quando è entrato in vigore l’attuale Codice Penale. Nel febbraio 2011, il Congresso Nazionale del Popolo aveva già emendato il Codice Penale riducendo di 13 il numero dei reati punibili con la pena di morte, portandoli a 55. Erano per lo più reati di natura economica e non violenta. Nel 2011 inoltre si è stabilito che la condanna a morte non possa essere imposta a persone che al momento del processo abbiano 75 anni e oltre, fatta eccezione per i casi di omicidio commesso con eccezionale crudeltà. In precedenza, solo i minori di 18 anni al momento del crimine e donne incinte al momento del processo non erano passibili di morte.


Primatista di esecuzioni, anche se in netta diminuzione.

Ogni anno, la Cina mette a morte più persone rispetto al resto del mondo, anche se la cifra esatta non viene resa pubblica ed è considerata un segreto di stato.

Secondo le stime della Dui Hua Foundation, un'organizzazione non governativa per i diritti umani con sede negli Stati Uniti, nel 2016, il paese ha eseguito circa 2.000 condanne a morte, ed è probabile che lo stesso numero di esecuzioni si sia registrato nel 2017.

Questo dato rappresenta comunque un calo di un terzo rispetto alle circa 3.000 esecuzioni del 2012 e un calo ancor più significativo rispetto alle 6.500 nel 2007 e alle 12.000 del 2002.

Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema che, sin dal febbraio 2010, ha raccomandato di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”, suggerendo ai tribunali che i criminali non meritevoli di immediata esecuzione debbano essere condannati a morte con due anni di sospensione.

Secondo la Dui Hua, la riduzione è stata probabilmente determinata da un maggiore utilizzo della pena di morte con due anni di sospensione (che è quasi sempre commutata nel carcere a vita o a una pena detentiva a termine), dai miglioramenti in materia di giusto processo recentemente codificati nelle revisioni al codice di procedura penale dalla Corte Suprema del Popolo che ha continuato a riesaminare le sentenze capitali e dalla decisione di abbandonare l’uso di prigionieri giustiziati come fonte primaria in Cina per la donazione di organi.

 La politica della “giustizia mitigata dalla clemenza” 

Il 9 marzo 2018, presentando il suo rapporto alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Zhou Qiang, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni.
Secondo il rapporto relativo al periodo 2013-2017, i tribunali cinesi hanno rafforzato gli sforzi per proteggere i diritti umani nelle pratiche giudiziarie. Le decisioni sulla pena di morte sono state esaminate rigorosamente per assicurarsi che le sentenze capitali siano applicate solo a un numero estremamente piccolo di criminali per reati estremamente gravi. Il rapporto ha rilevato che la Corte Suprema ha collaborato con il Ministero della giustizia per migliorare il sistema di assistenza legale. Un totale di 31.527 detenuti hanno ottenuto l'amnistia in tutta la Cina negli ultimi cinque anni, secondo il rapporto della Corte Suprema del Popolo.
Considerato che, sin dal febbraio 2010, la Corte Suprema ha raccomandato di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”, suggerendo ai tribunali che i criminali non meritevoli di immediata esecuzione debbano essere condannati a morte con due anni di sospensione, è realistico ritenere che le esecuzioni nel 2016 siano state circa 2.000, come stimato dalla Fondazione Dui Hua.
Secondo una ricerca dell'Università di Shanghai, tra il 2002 e il 2012, su 300 casi di omicidio a Shanghai, la pena di morte con esecuzione immediata è stata applicata solo nel 10% dei casi. Anche se non è possibile proiettare il dato di Shanghai a livello nazionale, la differenza non sarebbe significativa. 

Le riforme della Corte Suprema 
La riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2007 è ritenuta una delle più impor- tanti sulla pena di morte in Cina e segna un’inversione rispetto alle campagne del “colpire duro” avviate negli anni 80 e che avevano portato nel 1983 la Corte Suprema a delegare alle corti provinciali la definizione in ultima istanza dei casi capitali.
In base alla riforma del 2007, la revisione di ogni caso giudiziario è effettuata da un panel di tre giudici della Corte Suprema, che devono riesaminare tutte le prove, la legge applicata, la commisurazione della pena, il dibattimento nel precedente processo e devono sentire l’imputato di persona o per lettera prima di giungere alla decisione finale. Se i giudici reputano insufficienti le prove, non commisurata la pena o illegale il dibattimento, devono sottoporre il caso al comitato giuridico della Corte Suprema, il quale è tenuto a esaminarlo con un magistrato della Procura Suprema. I casi capitali che non abbiano avuto un processo d’appello pubblico non sono rivisti dalla Corte Suprema ma sono rinviati alla corte di seconda istanza per lo svolgimento di un pubblico processo.
Dopo la riforma del 2007, la Cina ha continuato ad adottare nuove misure per limitare il numero delle condanne a morte e prevenire quelle errate.
Nel maggio 2008, la Corte Suprema e il Ministero della Giustizia cinesi hanno emanato congiuntamente un regolamento sul ruolo degli avvocati difensori nei casi capitali, il quale dispone che le istituzioni di sostegno legale debbano designare avvocati esperti di casi capitali e che questi ultimi non possano trasferire il caso ai propri assistenti.
Nel 2011, la Corte Suprema ha raccomandato ai tribunali di “sospendere la condanna a morte per due anni in tutti i casi che non richiedono l’esecuzione immediata”. Nella normale pratica giudiziaria, in questi casi la condanna è commutata in ergastolo dopo due anni. La Corte Suprema ha raccomandato inoltre di “applicare la pena di morte solo a un’estrema minoranza di criminali responsabili di crimini molto gravi”.
Nel marzo 2012, il Congresso Nazionale del Popolo ha riformato la legge di procedura penale in senso più garantista. Secondo la riforma, la Corte Suprema, nel corso del procedimento di verifica, può interrogare l’imputato e deve sentire le argomentazioni dell’avvocato difensore, se ne fa richiesta. Inoltre, per la prima volta, la riforma chiarisce che le confessioni estorte con mezzi illegali, come la tortura, le deposizioni dei testimoni e delle vittime ottenute illegalmente devono essere escluse dai processi. Per evitare le confessioni estorte illegalmente, gli indagati, dopo essere stati fermati o arrestati, devono essere condotti in un centro di detenzione per la custodia cautelare e l’interrogatorio deve essere audio o video-registrato.
Il 22 gennaio 2015, la Corte Suprema del Popolo ha ribadito che i criteri per infliggere la pena capitale devono essere rigorosamente rispettati in modo da garantire che tale pena sia “utilizzata solo per pochissimi condannati i cui crimini siano estremamente gravi”.

Pena di morte e corruzione
Nonostante il Presidente Xi Jinping abbia lanciato una campagna anti corruzione quattro anni fa, riforme legislative si sono succedute per contenere in questi casi il ricorso alla pena di morte. Le ultime esecuzioni per questo tipo di reati risalgono al 2011, quando tre alti funzionari sono stati giustiziati per aver accettato tangenti.
In base alla riforma del codice penale del 2015, la pena di morte può ancora essere applicata per appropriazione indebita e corruzione ma solo quando "l'importo in questione è estremamente grande, e tale da causare danni eccezionali agli interessi nazionali e popolari" (articoli 383 e 386). Una condizione prevista dall’art 383 permette la condanna a morte con due anni di sospensione, trascorsi i quali si tramuta in ergastolo senza condizionale [vedi capitolo: “Pena di morte per reati non violenti, politici e di opinione”]
Il 2 novembre 2015, la Corte Suprema del Popolo ha adottato le "Linee guida sui casi di appropriazione indebita e corruzione", con cui ha elevato la soglia per cui si può essere condannati a morte a 100 milioni di yuan, suggerendo che sotto questa cifra la pena massima sia l’ergastolo, al di sopra sia possibile comminare la pena di morte con una sospensione di due anni, mentre solo se l’importo è estremamente elevato la pena di morte possa essere con esecuzione immediata. Anche se questo documento non costituisce un'interpretazione ufficiale del codice penale, avendo valenza interna, è comunque tale da influire sui tribunali inferiori.
Il 18 aprile 2016, la Corte Suprema del Popolo (CPS) e il Procuratore Supremo del Popolo (SPP) hanno adottato l’"Interpretazione su come gestire i casi di appropriazione indebita e corruzione " che è un documento ufficiale. Secondo questa interpretazione, la CPS e lo SPP hanno abbassato la soglia a 3 milioni di yuan, ora considerato equivalente all'importo "estremamente grande" previsto dalla riforma del 2015. Inoltre, l'interpretazione sottolinea che la pena di morte è applicabile anche ai casi di importo di 1,5 milioni di yuan o più, quando vi sono altre "circostanze estremamente gravi".
Queste modifiche legali riguardanti l'uso della pena di morte devono essere esaminate in una prospettiva storica: nel 1979, il primo codice penale cinese ha imposto che la pena di morte fosse applicabile sia per  appropriazione indebita che per corruzione, quando le "circostanze sono estremamente gravi"  Nel 1988, il comitato permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha fissato la soglia di 50.000 yuan per appropriazione indebita e 10.000 yuan per la corruzione ai fini dell’applicazione della pena di morte. Nel 1997, la legge ha aumentato la soglia a 100.000 yuan. Nonostante un serrato confronto tra SPC e SPP, l'importo è oggi stato elevato a 3 milioni di yuan.
Secondo quanto riporato nel rapporto presentato il 12 marzo 2017, dal Presidente della Corte Suprema del Popolo, Zhou Qiang alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo, nel 2016 i tribunali cinesi si sono pronunciati su 45.000 casi di corruzione che hanno coinvolto 63.000 persone. Nell’insieme, le corti hanno concluso 15.000 casi che comportano corruzione, appropiazione indebita e altri distrazione di fondi destinati ad alleviare le condizioni di povertà con 2.862 persone condannate per aver preso tangenti. I procuratori hanno indagato 47.650 persone per reati connessi all’evasione fiscale. Tra gli imputati figurano 35 ex funzionari ministeriali e provinciali e 240 funzionari di amministrazioni a livello delle prefetture.
Due sono stati condannati a morte con due anni di sospensione trascorsi i quali la pena si commuta in ergastolo senza condizionale, Bai Enpei, condannato per tangenti del valore di 250 milioni di yuan e Zhu Minguo, per tangenti di 140 milioni di yuan ed uno a morte con esecuzione immediata, Zhao Liping che però era stato condannato a morte anche per omicidio.

Maggiore trasparenza nei processi giurisdizionali 
Assoluzioni nel sistema giudiziario cinese sono state estremamente rare in passato, considerato che la quasi totalità degli imputati è stata sempre giudicata colpevole, secondo le statistiche ufficiali. La Cina ha di tanto in tanto esonerato detenuti condannati ingiustamente dopo che altri hanno confessato i loro crimini oppure, in alcuni casi, perché la presunta vittima di omicidio è stata poi ritrovata viva.
Secondo il rapporto della Corte Suprema del Popolo, presentato il 9 marzo 2018 al 13° Congresso Nazionale del Popolo, nel periodo 2013-2017, i tribunali cinesi hanno riaperto i processi di 6.747 casi penali e rettificato le relative sentenze. Un totale di 2.943 persone processate dallo stato sono state assolte, a fronte di un totale di 6,07 milioni di persone condannate nei processi di grado inferiore relativi a 5,49 milioni di casi penali, un tasso di condanna del 99,96%.
Secondo il piano per il 2018, la Corte Suprema del Popolo avrebbe fornito un miglior servizio giudiziario per i cittadini comuni, rispettato il diritto degli avvocati a esercitare le loro funzioni e assicurato l'esecuzione degli ordini giudiziari. Avrebbe inoltre continuato a portare avanti le riforme giudiziarie e ad aumentare ulteriormente la trasparenza dei procedimenti giudiziari e dei documenti legali, è scritto nel rapporto della Corte Suprema del Popolo.

La guerra alla droga 
Secondo la legge penale cinese, un trafficante di droga può essere condannato a morte per la produzione, il trasporto o il traffico di un quantitativo pari o superiore a 50 grammi di eroina o a un chilo di oppio. Anche i trafficanti catturati con 150 chili di marijuana rischiano la pena di morte. La condanna più mite per un tale reato è di 15 anni.
Il 7 aprile 2016, la Corte Suprema ha emesso una nuova interpretazione giudiziaria sulle norme relative a sentenze e condanne per droga, inasprendo le pene. Il documento ha previsto norme più severe per la ketamina abbassando della metà la soglia di criminalizzazione. Il nuovo documento ha anche aggiunto 12 nuovi tipi di droghe illegali soggette a sanzioni penali e ha abbassato la soglia sanzionatoria per l’uso illegale per 33 precursori chimici.
Il rapporto della Corte Suprema presentato il 13 marzo 2016 alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo mostra che le droghe (illegali) sono un problema crescente in Cina. I tribunali a tutti i livelli hanno concluso 139.024 casi di droga nel 2015, con un incremento di oltre il 30 per cento rispetto al 2014. Un totale di 137.198 imputati per droga sono stati condannati e quasi il 20 per cento di loro ha ricevuto pesanti sanzioni – dai cinque anni di reclusione in su, inclusa la pena di morte.
Successivamente non ci sono stati dati così disaggregati.
Il numero effettivo di esecuzioni per reati di droga è sconosciuto, anche se è apparentemente diminuito rispetto agli anni precedenti per effetto della riforma del 1° gennaio 2007 che ha riconsegnato alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di revisione finale di tutte le condanne a morte, oltre che delle direttive della Corte Suprema che ha stabilito che la pena di morte vada inflitta solo a “un numero estremamente ridotto di crimini efferati”.
In ogni caso, com’è sempre accaduto in Cina, condanne a morte ed esecuzioni sono aumentate sensibilmente in prossimità di feste nazionali o di date simboliche internazionali come il 26 giugno, Giornata Internazionale Contro la Droga. Nell’aprile 2016, uno studio condotto dalla Fondazione Dui Hua sul tempo trascorso nel braccio della morte rivela che, mentre la media del tempo trascorso tra la condanna definitiva e l’esecuzione è di 50 giorni, i condannati per droga possono aspettare settimane e a volte anche mesi, in modo che l’annuncio coincida con la “Giornata Internazionale contro la droga” che ricorre il 26 giugno.

La pena di morte “top secret”
Le informazioni relative alla pena di morte, compreso il numero di esecuzioni effettuate ogni anno, continuano ad essere trattate come un "segreto di stato" strettamente custodito. Ciò nonostante il fatto che ci siano molte indicazioni che la Cina abbia ridotto significativamente il suo uso della pena capitale negli ultimi dieci anni.
La stima sui dati reali relativi a migliaia di esecuzioni compiute ogni anno si è basata in passato su fonti diplomatiche o giornalistiche occidentali, ma a partire dal 2002, dati più precisi hanno cominciato a filtrare da fonti interne al regime comunista.
Secondo quanto pubblicato nel volume Disidai o La Quarta Generazione, scritto da un membro del partito che ha usato lo pseudonimo di Zong Hairen e riportato in un articolo pubblicato sull’Asian Wall Street Journal nell’ottobre 2002, 15.000 persone sono state mandate a morte ogni anno in Cina per presunti crimini dal 1998 al 2001. Il dato è sconvolgente e supera ampiamente le cifre più alte stimate dagli occidentali sulle esecuzioni cinesi. Lo stesso dato è riportato anche dal libro “I nuovi governanti della Cina” scritto da Andrew J. Nathan e Bruce Gilley sulla base dei documenti segreti del Partito Comunista pubblicati in Disidai.
Nel marzo del 2004, per la prima volta, un giornale controllato dallo Stato aveva reso pubblica l’enorme portata del fenomeno. Secondo Chen Zhonglin, deputato al Congresso Nazionale del Popolo per la municipalità di Chongqing, “ogni anno in Cina vengono emesse circa 10.000 condanne a morte che vengono immediatamente eseguite”. La sua dichiarazione era uscita sul Quotidiano della Gioventù Cinese del 15 marzo 2004.
Nel febbraio 2006, Liu Renwen, Professore di diritto e direttore del dipartimento di diritto penale dell’Istituto di diritto dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali, ha ribadito che sono circa 8.000 le persone giustiziate ogni anno in Cina secondo stime che circolano in ambiente accademico, confermando così il dato relativo all’anno precedente. Secondo William A. Schabas, Professore di diritto internazionale presso la Middlesex University di Londra, nel 2012 “la Cina ha probabilmente giustiziato circa 3.000 persone”, una stima condivisa da alcuni tra i docenti più prestigiosi del Paese nel campo della giustizia penale, giudici di vari tribunali cinesi e altri professionisti del sistema di giustizia penale. Anche secondo la Fondazione statunitense Dui Hua, il numero delle esecuzioni nel 2012 è stato pari a “circa 3.000 esecuzioni”. La Fondazione Dui Hua aveva stimato che nel 2011 erano state effettuate “circa” 4.000 esecuzioni, mentre nel 2010 ne erano state effettuate “circa” 5.000, come nel 2009 e in lieve calo rispetto al 2008 quando, secondo la Fondazione, il numero delle esecuzioni “ha superato le 5.000 e può essersi avvicinato alle 7.000”. Nel 2007, secondo la Fondazione Dui Hua, le esecuzioni sarebbero state circa 6.000, una riduzione pari a un 25-30% rispetto al 2006, anno per il quale ne aveva stimate almeno 7.500.
La Fondazione statunitense Dui Hua ha stimato che la Cina nel 2016 ha giustiziato circa 2.000 persone in leggero calo rispetto alle 2.400 persone nel 2015, più o meno lo stesso numero del 2014 e del 2013. Dui Hua aveva basato la sua stima del 2013 su informazioni pubblicate dall’influente giornale cinese Southern Weekly, i cui dati corrispondono alle informazioni fornite nei primi mesi del 2014 al Direttore Esecutivo di Dui Hua John Kamm da un funzionario giudiziario con accesso al numero di esecuzioni effettuate ogni anno in Cina.
Nell’aprile 2016, da un’analisi condotta su 525 casi capitali esaminati dalla Corte Suprema tra l’aprile 2011 ed il novembre 2015 è emerso che la Corte ha rovesciato la condanna a morte in 11 casi, confermandola negli altri 514. Dui Hua ha poi confrontato i dati sulle sentenze confermate e le esecuzioni riportate dai media che hanno dato notizia di 102 esecuzioni compiute. Questo significa che circa l’80% delle esecuzioni di sentenze andate definitive non è riportato dagli organi di informazione. Inoltre secondo Dui Hua, una percentuale ancora inferiore a quelle comunque rese pubbliche è stata pubblicata sul sito della Corte Suprema. Inoltre, sulla base dell’analisi condotta da Dui Hua sulle decisioni della Corte, il tempo che un prigioniero trascorre nel “braccio della morte” può variare dai 200 giorni a meno dina settimana con una media generale di 50 giorni tra la condanna e l’esecuzione. Questo significa per Dui Hua che, alla parzialità delle informazioni, si aggiunge anche una selezione politica di quali esecuzioni rendere pubbliche, come dimostrano i casi di condanne a morte eseguite con gran celerità quando si tratta di uiguri o l’attesa per condannati per droga in modo da giustiziarli in occasione della Giornata mondiale contro la droga che ricorre il 26 giugno.

La civiltà dell’iniezione letale 
Le sentenze capitali sono per lo più eseguite con un colpo di fucile sparato a distanza ravvicinata al cuore oppure alla nuca.
Nel 1996, con un emendamento al codice di procedura penale, la Cina ha auto- rizzato esecuzioni tramite iniezione letale, per la quale sarebbe stato usato lo stesso cocktail di tre farmaci introdotto per la prima volta negli Stati Uniti. “L’iniezione è più umana, riduce la paura e la sofferenza”, hanno dichiarato le autorità cinesi. “È preferita sia dai condannati sia dai loro familiari”. Il nuovo sistema è “più pulito, più sicuro e più conveniente” rispetto all’uso di armi da fuoco, secondo il direttore del dipartimento ricerca della Corte Suprema del Popolo, Hu Yunteng.
L’iniezione letale è stata applicata per la prima volta il 28 marzo 1997 a Kunming, capoluogo della Provincia dello Yunnan.
È impossibile sapere quante persone sono state giustiziate con l’iniezione letale, dal momento che in Cina i dati sulla pena di morte sono coperti dal segreto di Stato. Comunque, pare che l’esecuzione tramite iniezione letale al posto della fucilazione sia un “privilegio” riservato ai cittadini stranieri.
In molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni da 24 posti, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo. Questo evita il trasferimento dei condannati nei posti previsti per le esecuzioni, una procedura che implica notevoli misure di sicurezza. Il detenuto è assicura- to con delle cinghie a un lettino di metallo posto sul retro del furgone. Una volta inserito l’ago, un poliziotto preme un bottone e automaticamente la sostanza letale viene iniettata nella vena. Il mezzo è dotato anche di una telecamera che filma l’esecuzione, in modo che rimanga una registrazione audio-video da visionare in caso di eventuali contestazioni procedurali.
Secondo alcuni osservatori sui diritti umani, il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale avrebbe favorito il traffico illegale di organi dei condannati. Le iniezioni lasciano intatto il corpo e richiedono la presenza di medici. Gli organi possono essere espiantati in un modo più veloce ed efficace che nel caso in cui i detenuti siano fucilati.
In passato, le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il collegamento tra l’alto numero di esecuzioni in Cina e la crescente domanda di trapianti, accusando le autorità di costringere i condannati a morte a firmare autorizzazioni all’espianto. Il regime di Pechino ha ammesso nel 2005 di prelevare organi di prigionieri nel braccio della morte, una pratica iniziata a metà degli anni 80. E nel luglio 2006 la Cina ha approvato una legge che proibisce la vendita di organi senza il consenso del donatore. Ciò nonostante, gli espianti illegali di organi in Cina pare siano continuati. In base a una revisione del codice penale adottata nel febbraio 2011, il “prelievo forzato di organi, la donazione forzata di organi e il prelievo di organi da minorenni” sono diventati reati penali, paragonati all’omicidio. Ma, nel marzo 2012, l’allora Vice-Ministro della Salute Huang Jiefu ha ribadito che i prigionieri giustiziati continuano a essere in Cina la principale fonte di organi per i trapianti, a causa della carenza di donatori volontari. Nel dicembre 2014, Huang Jiefu, nel frattempo divenuto capo dell’ufficio trapianti di organi del Ministero della Sanità, ha dichiarato che a partire dal 1° gennaio 2015 potranno essere usati nei trapianti solo organi volontariamente donati da civili. Un documento del 2008 – prima del divieto del 2015 – co-autore Jiefu e pubblicato su The Lancet, suggeriva che oltre la metà dei trapianti di organi in Cina provenivano da prigionieri del braccio della morte.
Ma gli organi dei prigionieri, compresi quelli nel braccio della morte, possono ancora essere utilizzati per i trapianti in Cina, secondo notizie di fonte ufficiale cinese.
Il 7 febbraio 2017, Huang Jiefu, direttore del programma cinese per i trapianti, ha dichiarato in un vertice in Vaticano che la Cina potrebbe ancora utilizzare organi prelevati da corpi di prigionieri giustiziati, nonostante abbia dichiarato tolleranza zero per la pratica alla fine del 2014. Huang Jiefu, che è anche un ex vice ministro della salute, ha detto ai giornalisti: "C'è tolleranza zero. Tuttavia, la Cina è un grande paese con 1,3 miliardi di abitanti, quindi sono sicuro che c'è una violazione della legge". Il gruppo spirituale Falun Gong, bandito in Cina nel 1999, è uno dei gruppi più attivi contro il prelievo di organi. Membri del gruppo e sostenitori politici occidentali hanno argomentato che i tempi di attesa per il trapianto di organi in Cina sono così brevi proprio perché vengono espiantati dai prigionieri.
Nel 2017, si è registrata la notizia che il 28 febbraio, Ismael Arciniegas, un cittadino colombiano di 72 anni riconosciuto colpevole di traffico di cocaina, è stato giustiziato mediante iniezione letale.

La guerra al terrorismo
Il Governo cinese ha usato la lotta al terrorismo come pretesto per aumentare il pugno di ferro contro tutte le forme di dissenso politico o religioso nel Paese. Sospetti separatisti o estremisti religiosi da anni rischiano detenzioni arbitrarie, l’isolamento, la tortura e, al termine di processi iniqui, il carcere o l’esecuzione. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo ed esercita pressioni su Paesi confinanti come il Kirghizistan, il Kazakistan, il Nepal e il Pakistan per costringerli a rimpatriare i militanti dell’etnia uigura, turcofona e musulmana. Molti degli Uiguri rimpatriati hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture, iniqui processi e anche esecuzioni. 
Il 27 dicembre 2015, la Cina ha approvato una nuova controversa legge anti-terrorismo che ha attirato profonda preoccupazione nelle capitali occidentali, non solo perché potrebbe violare i diritti umani, come la libertà di parola, ma anche per le disposizioni in ambito informatico. Anche se è stata rimossa nella bozza finale della legge la previsione iniziale per le aziende di mantenere i server e i dati degli utenti all’interno della Cina, le aziende tecnologiche dovranno ancora fornire informazioni sensibili se le forze dell’ordine le richiedono. La legge anti-terrorismo autorizza anche l’Esercito di Liberazione del Popolo a condurre operazioni anti-terrorismo all’estero. La nuova legge limita inoltre il diritto dei media a riportare dettagli su attacchi terroristici che potrebbero portare ad atti di emulazione o mostrare scene “crudeli e disumane”.
Le condanne per reati contro la sicurezza dello Stato sono quasi raddoppiate nel 2015, ha reso noto la Corte Suprema, a seguito della campagna “colpire duro” finalizzata a reprimere i disordini nella regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang. Nel 2015 i tribunali cinesi hanno riconosciuto colpevoli 1.419 imputati per “aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e terrorismo violento”, ha detto Zhou Qiang, capo della Corte Suprema del Popolo, in un rapporto presentato il 13 marzo 2016 alla sessione annuale del Congresso Nazionale del Popolo. I tribunali cinesi hanno condannato 1.084 persone per “crimini terroristici violenti” e altre 335 per reati relativi alla “messa in pericolo della sicurezza nazionale”. La maggior parte delle condanne sembra essere correlato al lancio da parte di Pechino di una campagna “colpire duro” nello Xinjiang, volta a fermare disordini che hanno causato centinaia di morti. Da quando ha cominciato la campagna nel 2014, il Governo ha imprigionato centinaia di persone, giustiziato decine di prigionieri e forse ucciso centinaia di persone in azioni di polizia fermamente criticate dagli attivisti per i diritti umani.
Nel 2015, la Cina ha giustiziato almeno 3 Uiguri per “terrorismo”. Non si sono registrate notizie nel 2016.


La pena di morte per reati nonviolenti, politici e di opinione 
La restituzione nel 2007 alla Corte Suprema del Popolo del potere esclusivo di approvare le condanne a morte ha portato i tribunali del Paese a gestire i casi capitali in maniera più prudente, in particolare quelli relativi a reati non violenti. Nel febbraio 2010, la più alta corte cinese ha emesso anche nuove linee guida sulla pena di morte che indicano ai tribunali minori di limitarne l’applicazione a un numero ristretto di casi “estremamente gravi”.
Secondo la legge attuale, 46 reati sono soggetti alla pena di morte, un terzo dei quali sono reati economici come corruzione e uso di tangenti.
Nell’agosto 2015, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha modificato il codice penale, eliminando la pena di morte per nove reati, tra cui molti di natura non violenta, come contraffazione di denaro, raccolta di fondi per mezzo di frodi, favorire o costringere un’altra persona a prostituirsi. La pena massima per questi reati sarà l’ergastolo.
Poco prima dell’approvazione della modifica, il Comitato Permanente ha inserito all’ultimo minuto una disposizione che altera l’articolo 383, che riguarda i reati di corruzione e di aver accettato tangenti. La disposizione autorizza i tribunali ad aggiungere una condizione al momento della condanna, stabilire cioè che il condannato passi la vita in prigione senza possibilità di riduzione della pena o di liberazione condizionale. La condizione può essere applicata solo nel caso in cui il condannato per corruzione abbia ricevuto la pena capitale con due anni di sospensione, alla fine dei quali è possibile la sua commutazione in ergastolo senza condizionale invece che all’ergastolo con condizionale che consente potenzialmente di uscire dal carcere dopo aver trascorso un periodo di tempo che non può essere superiore al massimo della pena della reclusione a tempo determinato, ovvero circa 18 anni.
Nell’aprile 2016, la Corte Suprema del Popolo e la Procura Suprema del Popolo, le più alte autorità giudiziarie del Paese, hanno stabilito che la pena di morte sarà applicabile ai funzionari che si appropriano di fondi o accettano tangenti per oltre 463.000 dollari.
Si può quindi affermare che la pena di morte per i reati economici è stata sostanzialmente rimossa.
Le ultime esecuzioni per aver accettato tangenti risalgono al 2011 quando tre alti funzionari sono stati giustiziati mentre dal 2012, con l’avvento al potere di Xi Jinping che ha lanciato una campagna anti corruzione, nessun altro alto funzionari è stato giustiziato per questo tipo di reato.
Il 1° giugno 2017, dopo mesi di critiche da parte delle camere di commercio estere, di riunioni sulle bozze della legge e molte notizie, è entrata in vigore la legge sulla “sicurezza informatica”. La nuova legge prevede la pena di morte come una delle pene più dure in relazione alla violazione del segreto di stato. La legge richiede anche che i gestori di infrastrutture di informazioni sensibili proteggano "informazioni importanti", anche se la legge non indica chiaramente quali informazioni siano importanti. È opinione diffusa che l’informazione importante si riferisca ai segreti statali, alla proprietà intellettuale e alle informazioni personali dei consumatori. La modifica più significativa è che le informazioni "personali" e i "dati importanti" dei cittadini cinesi devono ora essere memorizzati su server all’interno della Cina. Tutte le società che chiedono un'eccezione che sia "strettamente necessaria" devono subire una valutazione di sicurezza prima che le informazioni possano essere rilasciate.
Le autorità hanno continuato ad attuare politiche repressive nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang nei confronti della popolazione uigura. I funzionari cinesi nello Xinjiang hanno continuato il loro impegno per reprimere le cosiddette “tre forze”: “estremismo religioso”, “separatismo” e “terrorismo”. Il possesso di pubblicazioni o materiali audiovisivi che parlano di indipendenza, autonomia o altri temi sensibili continua a essere vietato.
In uno studio condotto nell’aprile 2016 dalla Fondazione Dui Hua sul tempo tra- scorso nel braccio della morte, si è evidenziato che questo varia a seconda del tipo di detenuto o di crimine commesso. In particolare è emerso che nel caso di condanne a morte nei confronti di uiguri il tempo è molto stretto. Ad esempio, per tutti i 16 uiguri del campione preso in esame (13 giustiziati nel giugno 2014 e altri 3 nel marzo 2015) il tempo tra la condanna confermata dalla Corte Suprema e l’esecuzione è di cinque/nove giorni, quando la media generale è di 50 giorni. La pubblicità della notizia poi ubbidisce a criteri politici. La maggior parte degli uiguri sono stati giustiziati a seguito di manifestazioni di massa che hanno avuto risalto sulla stampa nazionale nel tentativo di dimostrare la volontà del governo di combattere il terrorismo.
Nel novembre 2016, la Corte Suprema del Popolo (CSP) ha aggiornato, in termini restrittivi, l’interpretazione degli articoli del codice penale sulla concessione della condizionale e la riduzione delle pene per reati di natura politica come quelli contro la sicurezza dello Stato (ESS) e la corruzione che avrà effetto dal 1 gennaio 2017. L’interpretazione riflette l’orientamento espresso nel 2014 dalla Commissione Affari legali e Politici del Partito Comunista per regole più severe per tre tipi di crimini, come corruzione, frode finanziaria e crimine organizzato ed è più dettagliata di quella adottata nel 2012.

La persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali 
Le autorità cinesi ammettono a parole che la libertà di religione rappresenta un fondamentale diritto umano riconosciuto dalla Costituzione e dai principali trattati internazionali. Nei fatti, la libertà religiosa è fortemente ridotta in Cina.
Le minoranze religiose ed etniche sono state un obiettivo chiave della repressione anche nel 2017, in particolare gli appartenenti a movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato: protestanti e cattolici, musulmani uiguri e buddisti tibetani. Il Governo ha continuato anche la repressione dei movimenti che considera “culti”, in particolare il Falun Gong.
Le nuove “misure per la regolamentazione delle questioni religiose”, approvate dalla Commissione governativa permanente per il Tibet nel settembre 2006 ed entrate in vigore il 1° gennaio 2007, anziché garantire la libertà religiosa rafforzano i poteri dei funzionari cinesi nella restrizione, controllo e repressione del credo buddista.
Il grado di libertà di culto è diverso a seconda delle regioni. Per esempio, nello Xinjiang vi è un controllo ferreo sui musulmani che nel resto del Paese godono invece di una maggior libertà. Lo stesso vale per i buddisti della Mongolia Interna e del Tibet rispetto a quelli di altre zone. Nell’Henan sono stati perseguitati in particolare i protestanti, mentre nell’Hebei i cattolici legati al Vaticano.
Secondo le norme sulle attività religiose, i luoghi in cui si esercita il culto devono essere autorizzati dal Governo e le forze dell’ordine sono spesso intervenute in abitazioni private dove si radunavano dei credenti per interrompere le funzioni con la scusa che disturbavano i vicini o provocavano disordini sociali, anche arrestando i partecipanti e diffidandoli dal riunirsi nuovamente in quel luogo. A volte chi dice messa subisce duri trattamenti come la detenzione, veri e propri arresti e condanne alla rieducazione o al carcere. E anche in questo caso la repressione è stata diversa a seconda delle aree.
Nella Regione Autonoma dello Xinjiang a maggioranza uigura, a seguito gli scontri etnici del 2009, la presenza di forze e dispositivi di sicurezza è rimasta consistente e le autorità hanno intensificato i controlli sull’Islam nella regione.
Il 1° aprile 2017, la Cina ha bandito le barbe "anormali" e le coperture in faccia nello Xinjiang come parte delle più severe norme "anti-estremismo" che proibiscono anche il rifiuto dei media statali. La nuova legislazione elenca una vasta gamma di restrizioni, tra cui il rifiuto di "radio, televisione o altri impianti e servizi pubblici", i matrimoni con procedure religiose piuttosto che legali e "l’uso del nome di Allah per intromettersi nella vita laica degli altri". Le regole vietano anche ai bambini di frequentare le scuole governative, non rispettando le politiche di pianificazione familiare, indossando abiti che coprono tutto il corpo e la faccia e "l'anormale crescita della barba e la denominazione dei bambini per manifestare il fervore religioso". Un certo numero di regolamenti simili erano stati precedentemente introdotti in alcuni luoghi dello Xinjiang. Le nuove regole, tuttavia, espandono la lista e le applicano formalmente all'intera regione.
In Tibet, le autorità cinesi hanno rafforzato la campagna contro l’indipendentismo e per il mantenimento della stabilità nonostante non vi siano state minacce in tal senso e hanno vietato alla maggior parte dei residenti di viaggiare all’estero. Tra le restrizioni alla libertà religiosa va annoverato il programma di demolizioni e sfratti dal complesso monastico Larung Gar a Serta nello Sichuan, in base al quale la comunità buddista tibetana più grande del mondo verrà ridotta dagli attuali 10.000 abitanti a non più di 5.000 al settembre 2017. Gli scrittori tibetani Shokjang e Lomik sono stati condannati rispettivamente a tre e sette anni e mezzo di carcere, mentre Lu Konchok Gyatso e Tashi Wangchuk restano agli arresti. Si ritiene che almeno quattro tibetani siano morti sotto custodia, tra cui la monaca Yeshe Lhakdron, che non si è più vista dal suo arresto nel 2008.
Pechino permette la pratica del protestantesimo solo all’interno del Movimento delle Tre Autonomie (MTA), nato nel 1950 dopo la presa del potere di Mao e l’espulsione dei missionari stranieri e dei leader delle Chiese anche cinesi. Le statistiche ufficiali dicono che in Cina vi sono 10 milioni di protestanti ufficiali, tutti uniti nell’MTA.
Ma, negli ultimi trenta anni, le “chiese domestiche” protestanti sono diventate un fenomeno importante, con oltre 50 milioni di fedeli che si radunano nelle case o altri luoghi privati per pregare, svolgere cerimonie e tenere assemblee. Il loro amore per il libero culto li ha portati a rifiutare le Chiese protestanti ufficiali, colpevoli ai loro occhi di “adorare il partito” piuttosto che Dio. Le autorità cinesi hanno cercato di sopprimere questo movimento incontrollato incarcerando pastori, torturando i credenti e distruggendo case e luoghi di culto. Nel 2012, la Cina ha lanciato una campagna a tutto campo contro le chiese domestiche, i ministri e i fedeli protestanti che dovrebbe essere completata in dieci anni con l’annientamento completo delle chiese domestiche, ha reso noto nell’aprile 2012 la China Aid Association sulla base di fonti e documenti del Partito comunista.
Il Governo ha continuato nella repressione dei cosiddetti “culti”, in particolare nei confronti dei praticanti del Falun Gong, i quali hanno continuato a subire arresti e detenzioni, e vi sono attendibili prove di persone morte a causa di torture e abusi subiti. I praticanti che si rifiutano di abiurare spesso subiscono dure punizioni in car- cere, condanne alla rieducazione in campi di lavoro e in campi extra-giudiziari. Aderenti al Falun Gong che si trovano all’estero affermano che, a partire dalla dura repressione avviata nei loro confronti nel 1999, centinaia di migliaia – se non milioni – di praticanti sono ancora sotto custodia nei campi di lavoro o in prigione, il che farebbe di loro la più grande comunità di prigionieri di coscienza del Paese. Decine di migliaia hanno subito torture per mano della polizia e degli agenti della sicurezza.
Almeno 974 praticanti sono stati condannati al carcere per aver praticato la Falun Dafa tra gennaio e dicembre 2017, secondo quanto riferito da en.minghui.org, il sito web ufficiale del Falun Gong. Nel 2017, almeno 72 praticanti condannati a pene detentive hanno perso la vita per aver rifiutato di rinunciare alla loro fede. Alcuni sono morti mentre erano ancora in carcere, mentre altri sono morti dopo essere stati rilasciati per motivi di salute o dopo aver scontato la loro pena. A causa del blocco delle informazioni del regime comunista cinese, il numero effettivo di praticanti che sono morti nella persecuzione è probabilmente molto più alto del numero di morti confermate.

Nazioni Unite 
Nell’ottobre 2013, la Cina è stata sottoposta al Riesame Periodico Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nel marzo 2014, nella sua risposta alle richieste pervenute, il Governo cinese ha respinto le raccomandazioni volte a: proseguire le riforme verso l’abolizione della pena di morte, tra cui una maggiore trasparenza sul suo utilizzo; pubblicare o rendere disponibili informazioni precise sull’identità e il numero delle persone in attesa di esecuzione e di coloro che sono stati giustiziati; istituire una moratoria sull’applicazione della pena di morte, come primo passo verso la sua abolizione definitiva.
Il 19 dicembre 2016, la Cina ha votato contro la Risoluzione per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali.
Il 29 settembre 2017, la Cina ha votato contro la risoluzione sulla pena di morte (L6/17) alla 36° sessione del Consiglio diritti umani.


 

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